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Mag.

COPYRIGHT LAW: IL GIORNO IN CUI MORIRONO I MEME?

‘Hai il diritto (d’autore) di rimanere in silenzio’

Ehi tu, sì proprio tu che aspetti il tuo amico ritardatario sotto casa, e nell’attesa gli invii su Whatsapp la gif di John Travolta/Vincent Vega come sollecito. E se ti dicessi che da domani non potrai più farlo? Se aggiungessi che dovrai rinunciare a stickers, animazioni e meme nelle tue conversazioni, affidandoti esclusivamente alle tue doti scrittorie per risultare interessante? E ammettiamolo, non sei certo il futuro William Shakespeare. Eppure questo atroce scenario post-apocalittico è ad un passo da noi…

Alla fine l’hanno fatto: il 26 marzo 2019 il Parlamento Europeo ha approvato la celeberrima Copyright Law; la direttiva che scosse il web lo scorso settembre torna in aula e vince, suscitando preoccupazione e confusione tra gli addetti ai lavori.

Gli appellativi si sprecano: un bavaglio al web, un passo indietro per la rete, un provvedimento incoerente che minerà la libertà di espressione. La direttiva ha diviso opinione pubblica ed europarlamentari: da un lato i ferventi sostenitori, pronti a dipingerla quale ‘legge Robin Hood’, pronta a togliere ai colossi digitali plurimiliardari per donare ai poveri (autori) un po’ di riconoscimento; dall’altro gli oppositori che gridano alla bieca censura!

Gli spiriti si infiammano, i siti si oscurano per protesta, le parole volano, ma la confusione regna sovrana. Insomma, cosa c’è di così controverso in questa direttiva da unire influenti youtubers, piattaforme quali Wikpedia, Twitch, Reddit (persino Pornhub!) e grandi esperti del settore, in una crociata contro il provvedimento e le sue nefaste implicazioni?

Non abbiamo la presunzione di riassumere esaustivamente un disegno di legge così intricato (=mal scritto) ed articolato (=sciatto), pieno zeppo di politichese ed avvocatese. Ci basti qui riassumere i due ‘articoli-scalpore’ che stanno infervorando tutto il web. Inizia il corso di Copyright Law for Dummies.  Ready, steady, go!

Articolo 11 – Il prezzo dell’informazione

Chi rompe paga. Chi ruba pure. Ma chi condivide? Pagherà anche lui. L’articolo 11 della direttiva, soprannominato ‘Link Tax’ si basa su un meccanismo basilare: tu piattaforma digitale, vuoi usare o condividere un testo protetto da copyright? Devi pagare i diritti all’editore.

Google e Facebook saranno costretti ad acquistare i diritti di ogni articolo, ogni post, ogni contenuto coperto da copyright che vorranno condividere. Ma uscendo dall’Olimpo della Rete, come dovranno comportarsi le realtà cibernetiche più modeste, che basano gran parte del loro traffico sullo sharing? Per imbonire gli animi, gli autori dell’articolo 11 hanno aggiunto una postilla: i provvedimenti “shall not apply to acts of hyperlinking” ed inoltre “shall not apply in respect of uses of individual words or very short extracts of a press publication.” Nel tentativo di far luce sulla regolamentazione, il quadro si incupisce: cosa si intende per “short extract”? Di quante parole dovrà essere composto un estratto per non violare la legge, fino a 15 è considerato fair use, mentre a 16 scatta la sanzione?! La legge dipende dai punti di vista!

Altra domanda: gli editori pretenderanno davvero da Google la remunerazione per essere citati nella sezione news rischiando, se respinti, di sparire dalle ricerche? Conseguenze possibili: drastico calo del traffico garantito dal motore di ricerca, fuga degli sponsor, minor peso economico della testata, investitori con il broncio. Tutti sono scontenti: Google offeso per la richiesta, l’editore impoverito dalla sua cocciutaggine, l’utente che non potrà nemmeno consultare il meteo del giorno dopo, non sapendo se portare l’ombrello a lavoro.

Aspetti positivi: riduzione delle fake news? Ni. Sicuramente uno sharing controllato e monitorato limiterebbe la condivisione virale di notizie false e bufale. Mai più “come curare il cancro con i fiori di Bach”, “i terrapiattisti hanno trovato il bordo del mondo” o “Ufficiale: il governo ha introdotto una tassa sui nani”: questi piccoli capolavori della disinformazione digitale apparirebbero più sporadicamente nelle nostre bacheche social…Forse. Ma vogliamo davvero navigare in un web privo di simili estrosità no-sense? Pensiamoci!

Per concludere, l’articolo 11 è a tutti gli effetti una link tax, una tassa sul link dall’applicazione pressoché inattuabile: pensiamo alla mole di lavoro che comporterebbe, ai cavillosi iter legali conseguenti ed all’ingente numero di burocrati perversi  e malati necessari per avviarla.

Ma dopotutto “potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere“.

Articolo 17 (ex 13) –  XI comandamento: non uploadare la roba d’altri.

Passiamo al lupus in fabula, il temibile articolo 17, a.k.a. The Meme Killer. Più spregevole di Attila, più sanguinoso di Ivan Il Terribile: l’articolo con licenza di uccidere sembra pronto a gambizzare la libertà di espressione con un fucile a canne mozze. Ma è veramente così machiavellico questo testo? Riposta: Si. Riassunto: le piattaforme UGC (User Generated Content), ovvero quelle che si basano sull’upload di contenuti da parte dei loro utenti, dovranno assicurarsi che non vengano caricati materiali che infrangano il copyright. Come? sviluppando dei filtri che blocchino il contenuto in fase di caricamento, prima ancora che venga postato.

Youtube ID docet: il leader del video-broadcasting si serve già di complessi algoritmi per limitare ogni forma di copyright infringements. Ma non c’è da preoccuparsi, dicono, parodia e satira saranno escluse dal provvedimento: quindi  i meme e le gif sono salve. Popolo del web, gioite! Due problemi  però rimangono:

  • Una simile AI, per quanto funzionale, non solo non risolverà il value gap rivendicato dagli artisti, ma avrà bisogno di investimenti stratosferici ed automatismi fantascientifici degni del miglior film di Spielberg.
  • I robot non ridono. E non rideremo nemmeno noi quando toccherà ad algoritmo decidere se un contenuto ha fine satirico, parodistico o è solo un altro caso di copyright infragments. Anche la matematica sbaglia.

Il confine digitale tra diritto d’autore e libertà di espressione si assottiglia ancora di più: quel che serve al web è una regolamentazione chiara e concreta, un uso responsabile e consapevole dello strumento che tuteli sia gli interessi dei creators sia le prerogative degli utenti. L’offerta dell’Europa è invece un’ambigua legge-scarabocchio che inneggia alla ce(n)sura.

Welcome to FilterNet!

Riassumendo: un piccolo passo per l’Europa, un grande passo per le Big Companies. L’impressione è che questa Copyright Law rimarrà in grand parte inattuabile, per lo meno a breve termine.

Rivoluzionare la giurisdizione, il filter-system, gli accordi tra i colossi hi-tech e gli editori è un lavoro lungo, dispendioso, macchinoso e che nessuno vuole fare.

L’unica consolazione: il rischio che Wikipedia, i meme e le gif si sgretolino come gli Avengers nell’epilogo di Infinity War sembra sventato; chi ci rimetterà saranno gli small-time creators, ritrovandosi i contenuti bloccati un giorno sì e l’altro pure. Gli equilibri cambiano poco, ma il messaggio che ne traspare rimane avvilente: la libertà di espressione è messa a repentaglio, forse non in atto ma in potenza. Questo villaggio virtuale così democratico comincia a sgretolarsi. E noi ci siamo dentro.

Ma il web che ci piace si (con)divide.

‘Hai il diritto (d’autore) di rimanere in silenzio’

Ehi tu, sì proprio tu che aspetti il tuo amico ritardatario sotto casa, e nell’attesa gli invii su Whatsapp la gif di John Travolta/Vincent Vega come sollecito. E se ti dicessi che da domani non potrai più farlo? Se aggiungessi che dovrai rinunciare a stickers, animazioni e meme nelle conversazioni, affidandoti esclusivamente alle tue doti scrittorie per risultare interessante? E ammettiamolo, non sei certo il futuro William Shakespeare. Eppure questo atroce scenario post-apocalittico è ad un passo da noi…

COPYRIGHT LAW: IL GIORNO IN CUI MORIRONO I MEME

Alla fine l’hanno fatto: il 26 marzo 2019 il Parlamento Europeo ha approvato la celeberrima Copyright Law; la direttiva che scosse il web lo scorso settembre torna in aula e vince, suscitando preoccupazione e confusione tra gli addetti ai lavori.

Gli appellativi si sprecano: un bavaglio al web, un passo indietro per la rete, un provvedimento incoerente che minerà la libertà di espressione. La direttiva ha diviso opinione pubblica ed europarlamentari: da un lato i ferventi sostenitori, pronti a dipingerla quale ‘legge Robin Hood’, pronta a togliere ai colossi digitali plurimiliardari per donare ai poveri (autori) un po’ di riconoscimento; dall’altro gli oppositori che gridano alla bieca censura!

Gli spiriti si infiammano, i siti si oscurano per protesta, le parole volano, ma la confusione regna sovrana. Insomma, cosa c’è di così controverso in questa direttiva da unire influenti youtubers, piattaforme quali Wikipedia, Twitch, Reddit (persino Pornhub!) e grandi esperti del settore, in una crociata contro il provvedimento e le sue nefaste implicazioni?

Non abbiamo la presunzione di riassumere esaustivamente un disegno di legge così intricato (=mal scritto) ed articolato (=sciatto), pieno zeppo di politichese ed avvocatese. Ci basti qui riassumere i due ‘articoli-scalpore’ che stanno infervorando tutto il web. Inizia il corso di Copyright Law for Dummies.  Ready, steady, go!

 

Articolo 11 – Il prezzo dell’informazione

Chi rompe paga. Chi ruba pure. Ma chi condivide? Pagherà anche lui. L’articolo 11 della direttiva, soprannominato ‘Link Tax’ si basa su un meccanismo basilare: tu piattaforma digitale, vuoi usare o condividere un testo protetto da copyright? Devi pagare i diritti all’editore.

Google e Facebook saranno costretti ad acquistare i diritti di ogni articolo, ogni post, ogni contenuto coperto da copyright che vorranno condividere. Ma uscendo dall’Olimpo della Rete, come dovranno comportarsi le realtà cibernetiche più modeste, che basano gran parte del loro traffico sullo sharing? Per imbonire gli animi, gli autori dell’articolo 11 hanno aggiunto una postilla: i provvedimenti “shall not apply to acts of hyperlinking” ed inoltre “shall not apply in respect of uses of individual words or very short extracts of a press publication.” Nel tentativo di far luce sulla regolamentazione, il quadro si incupisce: cosa si intende per “short extract”? Di quante parole dovrà essere composto un estratto per non violare la legge, fino a 15 è considerato fair use, mentre a 16 scatta la sanzione?! La legge dipende dai punti di vista!

Altra domanda: gli editori pretenderanno davvero da Google la remunerazione per essere citati nella sezione news rischiando, se respinti, di sparire dalle ricerche? Conseguenze possibili: drastico calo del traffico garantito dal motore di ricerca, fuga degli sponsor, minor peso economico della testata, investitori con il broncio. Tutti sono scontenti: Google offeso per la richiesta, l’editore impoverito dalla sua cocciutaggine, e l’utente che non potrà nemmeno consultare il meteo del giorno dopo, non sapendo se portare l’ombrello a lavoro.

Aspetti positivi: riduzione delle fake news? Ni. Sicuramente uno sharing controllato e monitorato limiterebbe la condivisione virale di notizie false e bufale. Mai più “come curare il cancro con i fiori di Bach”, “i terrapiattisti hanno trovato il bordo del mondo” o “Ufficiale: il governo ha introdotto una tassa sui nani”: questi piccoli capolavori della disinformazione digitale apparirebbero più sporadicamente nelle nostre bacheche social…Forse. Ma vogliamo davvero navigare in un web privo di simili estrosità no-sense? Pensiamoci!

Per concludere, l’articolo 11 è a tutti gli effetti una link tax, una tassa sul link dall’applicazione pressoché inattuabile: pensiamo alla mole di lavoro che comporterebbe, ai cavillosi iter legali conseguenti ed all’ingente numero di burocrati perversi  e malati necessari per avviarla.

Ma dopotutto “potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere“.

 

Articolo 17 (ex 13) –  XI comandamento: non uploadare la roba d’altri.

Passiamo al lupus in fabula, il temibile articolo 17, a.k.a. The Meme Killer. Più spregevole di Attila, più sanguinoso di Ivan Il Terribile: l’articolo con licenza di uccidere sembra pronto a gambizzare la libertà di espressione con un fucile a canne mozze. Ma è veramente così machiavellico questo testo? Riposta: Si. Riassunto: le piattaforme UGC (User Generated Content), ovvero quelle che si basano sull’upload di contenuti da parte dei loro utenti, dovranno assicurarsi che non vengano caricati materiali che infrangano il copyright. Come? sviluppando dei filtri che blocchino il contenuto in fase di caricamento, prima ancora che venga postato.

Youtube ID docet: il leader del video-broadcasting si serve già di complessi algoritmi per limitare ogni forma di copyright infringements. Ma non c’è da preoccuparsi, dicono, parodia e satira saranno escluse dal provvedimento: quindi  i meme e le gif sono salve. Popolo del web, gioite! Due problemi  però rimangono:

• Una simile AI, per quanto funzionale, non solo non risolverà il value gap rivendicato dagli artisti, ma avrà bisogno di investimenti stratosferici ed automatismi fantascientifici degni del miglior film di Spielberg.

• I robot non ridono. E non rideremo nemmeno noi quando toccherà ad algoritmo decidere se un contenuto ha fine satirico, parodistico o è solo un altro caso di copyright infringement. Anche la matematica sbaglia.

Il confine digitale tra diritto d’autore e libertà di espressione si assottiglia ancora di più: quel che serve al web è una regolamentazione chiara e concreta, un uso responsabile e consapevole dello strumento che tuteli sia gli interessi dei creators sia le prerogative degli utenti. L’offerta dell’Europa è invece un’ambigua legge-scarabocchio che inneggia alla ce(n)sura.

 

Welcome to the FilterNet!

Riassumendo: un piccolo passo per l’Europa, un grande passo per le Big Companies. L’impressione è che questa Copyright Law rimarrà in grand parte inattuabile, per lo meno a breve termine. Rivoluzionare la giurisdizione, il filter-system, gli accordi tra i colossi hi-tech e gli editori è un lavoro lungo, dispendioso, macchinoso e che nessuno vuole fare.

L’unica consolazione: il rischio che Wikipedia, i meme e le gif si sgretolino come gli Avengers nell’epilogo di Infinity War sembra sventato; chi ci rimetterà saranno gli small-time creators, ritrovandosi i contenuti bloccati un giorno sì e l’altro pure. Gli equilibri cambiano poco, ma il messaggio che ne traspare rimane avvilente: la libertà di espressione è messa a repentaglio, forse non in atto ma in potenza. Questo villaggio virtuale così democratico comincia a sgretolarsi. E noi ci siamo dentro.

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