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Quando si parla di sicurezza nazionale, a Trump non piace scherzare: il presidente della “greatest country in the world”, in un attacco di fervore patriottico, assesta un ceffone carico di “libertà” stile USA che centra in piena faccia il governo cinese.

 

E sì, dopotutto le fantasie nazionaliste del leader repubblicano si sono materializzate in un muro, forse non lungo centinaia di km né posto lungo il confine messicano…Ma il ban con cui il governo americano sta colpendo Huawei sembra più impenetrabile del cemento.

 

 

“Se telefonando io, potessi dirti addio…”

 

Facciamo un passo indietro: in data 15 maggio 2019 Trump firma un bell’ordine esecutivo che vieta alle aziende degli States di acquistare da una “lista nera” di fornitori esteri, ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. Minaccia? Sicurezza? States? Sì, secondo il presidente e la sua amministrazione, Huawei (assieme ad altre 70 società affiliate) starebbe utilizzando la propria tecnologia per atti di “spionaggio” nei confronti del popolo americano, diffondendo “dati sensibili” attraverso le loro reti. D’altro canto l’azienda cinese, secondo produttore al mondo di smartphone (superato solo dalla sud-coreana Samsung), smentisce in modo assoluto questa accusa, sottolineando la totale mancanza di prove e chiedendo a un tribunale statunitense di ritenere incostituzionale il divieto imposto da Washington. Secondo il responsabile dell’ufficio legale della società, Song Liuping, siamo di fronte ad “un atto tirannico esplicitamente vietato dalla Costituzione americana” che finirà con il “danneggiare direttamente più di 1.200 aziende statunitensi, colpendo migliaia di posti di lavoro americani”.

 

I toni si accendono e il nervosismo sale alle stelle (e strisce). Fatto sta che questo ban non è che l’ultimo (e semi-prevedibile) risvolto di una lunga tensione economica tra i due paesi; la reticenza di Trump verso il mercato cinese non è mai stata un segreto, se poi la uniamo al suo programma di governo di dichiarata matrice protezionista, ecco il risultato: una mossa che mette ai ferri corti molte aziende cinesi, costringendole a ridurre le loro esportazioni negli States.

 

Possiamo immaginare come gli azionisti americani Huawei stiano dando testate allo schermo del loro smartphone, ma tutto questo polverone come tocca noi poveri utilizzatori europei? Beh, e se ti dicessi che nel tuo Huawei non ci sarà più Androd?!

 

 

ANDROID/Romeo e HUAWEI/Giulietta: un amore impossibile

 

Con la messa al bando della camera di Commercio americana, Google è stata costretta a  sospendere la collaborazione con Huawei. Quindi che significa? Niente più Android sul tuo smartphone Huawei? Ni, So…Non è così semplice, ma se ti sei annoiato di politichese e  pedanti background dal mondo, salta direttamente all’ultimo paragrafo (non mi offendo) per scoprire cosa fare del tuo smartphone!

 

Per riassumere una faccenda intricata ed ancora in corso ci basti sapere che, nonostante la sospensione della licenza da parte di Google, Huawei può ancora utilizzare il sistema operativo Android, ma solo nella sua versione open-source, priva dei prodotti Google preinstallati (quelli che ci piacciono tanto), rendendo impossibile ogni aggiornamento.

 

L’abbandono di Google ha innescato un inesorabile effetto domino, seguito da quello di Microsoft, Intel, Qualcomm, Xilinx e Broadcom. Nel frattempo, il dipartimento del Commercio americano ha emesso una licenza temporanea, con scadenza il 19 agosto, che permetterà a Huawei di continuare a fornire assistenza ed aggiornare gli smartphone già in circolazione, permettendo ai possessori di “valutare il da farsi”; tradotto: dando loro il tempo di trovare un Samsung o un iPhone in offerta su Amazon!

 

 

Whatsapp…ening?

 

Lo scoppio di questa (not so) Cold War dell’hi-tech innesca molte domande fondamentali, del tipo: come si pronuncia davvero Huawei?! Uauei, Huawi,Hueiwei… Ma anche altre, come: il mio smartphone si trasformerà pian piano in un fermacarte da centinaia di euro, con fotocamera da 12 megapixel e display OLED?

 

Il morale generale è sotto le scarpe: già utenti e fornitori da tutto il mondo intonano all’unisono la sigla di Dawson’s Creek “I don’t want Huawei!”, mentre i dirigenti dell’azienda cinese assumono l’espressione disperata del suo protagonista (una foto comunica più di mille parole).

 

Il caso Huawei. Di presidenti burberi e smartphone spioni

 

Ma mettiamo la disperazione da parte per analizzare i possibili scenari.

 

Scenario A: il ban viene confermato, Trump fa vanto della sua cocciutaggine e Huawei si trova senza sistema operativo.

L’opzione peggiore per Huawei e per i suoi clienti. Gli smartphone in circolazione potranno utilizzare Android in versione base, senza la possibilità di aggiornarla. Huawei ha già rassicurato che sta lavorando ad un software proprietario: all’azienda non mancano tecnologia e risorse ed il mercato interno potrebbe accettare di buon grado questa rivoluzione. Ma gli utilizzatori europei e americani come accoglierebbero un sistema operativo privo di molti tools digitali divenuti ormai di uso comune (lo vorresti un telefono senza Google Maps e Gmail?)

NON CI PIACE!

 

Scenario B: Trump torna sui suoi passi, revoca il ban o lo ridimensiona; Google e Huawei possono tornare a giocare fuori insieme, e vissero tutti felici e contenti.

Tutto è possibile: a Trump appare in sogno Mao Zedong che gli sussurra di rimuovere il divieto e tornare allo status quo precedente…Se un’inaspettata apertura tra i due paesi portasse alla revoca del ban, allora tutto bene: Huawei riprenderà l’idillio amoroso con Android, spodestando i competitor con fotocamere fancy, tecnologia 5G e RAM degne di un computer della NASA.

CI PIACE!

 

Scenario C: La Cina vede la puntata e rilancia, proibendo alle azienda americane di vendere e produrre i loro smartphone in territorio cinese.

L’ipotesi più improbabile, ma anche la più preoccupante. Beijing potrebbe rispondere a tono, magari facendo leva sui cosiddetti “rare earth”, elementi naturali presenti in moltissimi devices tecnologici (e di cui il paese detiene qualcosa come il 95% della produzione mondiale!). Se privata di simili risorse, persino la mela masticata più diffusa al mondo si vedrebbe costretta a spostare gran parte della sua produzione altrove. Difficile prevedere i risultati, ma di sicuro nessuno vorrebbe ritrovarsi a pagare l’Iphone 13 più di 2500 euro!

NON CI PIACE PER NIENTE!

 

 

(Hua)Wei, cosa succede al mio smartphone?

 

Dulcis in fundo: devo buttare via il mio Huawei, venderlo al mercato nero, darlo in elemosina, usare le parti per costruire una mini 4WD?! Innanzitutto se siete nei possessori  storici di Huawei nulla, o quasi, cambierà fino al 19 agosto. Potrete continuare a postare selfie su Instagram, guardare gattini su Youtube e ricevere mail scams su presunti parenti nigeriani deceduti (ed annessa eredità da riscuotere!) ancora per un po’.

 

Consigli per gli acquisti. Conviene ad oggi acquistare un prodotto Huawei?! La risposta è NO! Vista la fitta nebbia di incertezza, temporeggiare rimane la migliore opzione: attendiamo la prossima mossa dei capoccioni a Washington e gli sviluppi nei mesi che verranno.

 

Quindi, o voi mesti possessori di Huawei, non passate l’estate a crogiolarvi e piangere sotto l’ombrellone mentre i vostri amici con Iphone e Samsung alla mano vi scherniscono davanti a tutta la spiaggia…E non fatevi suggestionare da Dawson: non è ancora arrivato il momento di piangere!

 

 

Di: Simone Filippini

‘Hai il diritto (d’autore) di rimanere in silenzio’

Ehi tu, sì proprio tu che aspetti il tuo amico ritardatario sotto casa, e nell’attesa gli invii su Whatsapp la gif di John Travolta/Vincent Vega come sollecito. E se ti dicessi che da domani non potrai più farlo? Se aggiungessi che dovrai rinunciare a stickers, animazioni e meme nelle tue conversazioni, affidandoti esclusivamente alle tue doti scrittorie per risultare interessante? E ammettiamolo, non sei certo il futuro William Shakespeare. Eppure questo atroce scenario post-apocalittico è ad un passo da noi…

Alla fine l’hanno fatto: il 26 marzo 2019 il Parlamento Europeo ha approvato la celeberrima Copyright Law; la direttiva che scosse il web lo scorso settembre torna in aula e vince, suscitando preoccupazione e confusione tra gli addetti ai lavori.

Gli appellativi si sprecano: un bavaglio al web, un passo indietro per la rete, un provvedimento incoerente che minerà la libertà di espressione. La direttiva ha diviso opinione pubblica ed europarlamentari: da un lato i ferventi sostenitori, pronti a dipingerla quale ‘legge Robin Hood’, pronta a togliere ai colossi digitali plurimiliardari per donare ai poveri (autori) un po’ di riconoscimento; dall’altro gli oppositori che gridano alla bieca censura!

Gli spiriti si infiammano, i siti si oscurano per protesta, le parole volano, ma la confusione regna sovrana. Insomma, cosa c’è di così controverso in questa direttiva da unire influenti youtubers, piattaforme quali Wikpedia, Twitch, Reddit (persino Pornhub!) e grandi esperti del settore, in una crociata contro il provvedimento e le sue nefaste implicazioni?

Non abbiamo la presunzione di riassumere esaustivamente un disegno di legge così intricato (=mal scritto) ed articolato (=sciatto), pieno zeppo di politichese ed avvocatese. Ci basti qui riassumere i due ‘articoli-scalpore’ che stanno infervorando tutto il web. Inizia il corso di Copyright Law for Dummies.  Ready, steady, go!

Articolo 11 – Il prezzo dell’informazione

Chi rompe paga. Chi ruba pure. Ma chi condivide? Pagherà anche lui. L’articolo 11 della direttiva, soprannominato ‘Link Tax’ si basa su un meccanismo basilare: tu piattaforma digitale, vuoi usare o condividere un testo protetto da copyright? Devi pagare i diritti all’editore.

Google e Facebook saranno costretti ad acquistare i diritti di ogni articolo, ogni post, ogni contenuto coperto da copyright che vorranno condividere. Ma uscendo dall’Olimpo della Rete, come dovranno comportarsi le realtà cibernetiche più modeste, che basano gran parte del loro traffico sullo sharing? Per imbonire gli animi, gli autori dell’articolo 11 hanno aggiunto una postilla: i provvedimenti “shall not apply to acts of hyperlinking” ed inoltre “shall not apply in respect of uses of individual words or very short extracts of a press publication.” Nel tentativo di far luce sulla regolamentazione, il quadro si incupisce: cosa si intende per “short extract”? Di quante parole dovrà essere composto un estratto per non violare la legge, fino a 15 è considerato fair use, mentre a 16 scatta la sanzione?! La legge dipende dai punti di vista!

Altra domanda: gli editori pretenderanno davvero da Google la remunerazione per essere citati nella sezione news rischiando, se respinti, di sparire dalle ricerche? Conseguenze possibili: drastico calo del traffico garantito dal motore di ricerca, fuga degli sponsor, minor peso economico della testata, investitori con il broncio. Tutti sono scontenti: Google offeso per la richiesta, l’editore impoverito dalla sua cocciutaggine, l’utente che non potrà nemmeno consultare il meteo del giorno dopo, non sapendo se portare l’ombrello a lavoro.

Aspetti positivi: riduzione delle fake news? Ni. Sicuramente uno sharing controllato e monitorato limiterebbe la condivisione virale di notizie false e bufale. Mai più “come curare il cancro con i fiori di Bach”, “i terrapiattisti hanno trovato il bordo del mondo” o “Ufficiale: il governo ha introdotto una tassa sui nani”: questi piccoli capolavori della disinformazione digitale apparirebbero più sporadicamente nelle nostre bacheche social…Forse. Ma vogliamo davvero navigare in un web privo di simili estrosità no-sense? Pensiamoci!

Per concludere, l’articolo 11 è a tutti gli effetti una link tax, una tassa sul link dall’applicazione pressoché inattuabile: pensiamo alla mole di lavoro che comporterebbe, ai cavillosi iter legali conseguenti ed all’ingente numero di burocrati perversi  e malati necessari per avviarla.

Ma dopotutto “potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere“.

Articolo 17 (ex 13) –  XI comandamento: non uploadare la roba d’altri.

Passiamo al lupus in fabula, il temibile articolo 17, a.k.a. The Meme Killer. Più spregevole di Attila, più sanguinoso di Ivan Il Terribile: l’articolo con licenza di uccidere sembra pronto a gambizzare la libertà di espressione con un fucile a canne mozze. Ma è veramente così machiavellico questo testo? Riposta: Si. Riassunto: le piattaforme UGC (User Generated Content), ovvero quelle che si basano sull’upload di contenuti da parte dei loro utenti, dovranno assicurarsi che non vengano caricati materiali che infrangano il copyright. Come? sviluppando dei filtri che blocchino il contenuto in fase di caricamento, prima ancora che venga postato.

Youtube ID docet: il leader del video-broadcasting si serve già di complessi algoritmi per limitare ogni forma di copyright infringements. Ma non c’è da preoccuparsi, dicono, parodia e satira saranno escluse dal provvedimento: quindi  i meme e le gif sono salve. Popolo del web, gioite! Due problemi  però rimangono:

  • Una simile AI, per quanto funzionale, non solo non risolverà il value gap rivendicato dagli artisti, ma avrà bisogno di investimenti stratosferici ed automatismi fantascientifici degni del miglior film di Spielberg.
  • I robot non ridono. E non rideremo nemmeno noi quando toccherà ad algoritmo decidere se un contenuto ha fine satirico, parodistico o è solo un altro caso di copyright infragments. Anche la matematica sbaglia.

Il confine digitale tra diritto d’autore e libertà di espressione si assottiglia ancora di più: quel che serve al web è una regolamentazione chiara e concreta, un uso responsabile e consapevole dello strumento che tuteli sia gli interessi dei creators sia le prerogative degli utenti. L’offerta dell’Europa è invece un’ambigua legge-scarabocchio che inneggia alla ce(n)sura.

Welcome to FilterNet!

Riassumendo: un piccolo passo per l’Europa, un grande passo per le Big Companies. L’impressione è che questa Copyright Law rimarrà in grand parte inattuabile, per lo meno a breve termine.

Rivoluzionare la giurisdizione, il filter-system, gli accordi tra i colossi hi-tech e gli editori è un lavoro lungo, dispendioso, macchinoso e che nessuno vuole fare.

L’unica consolazione: il rischio che Wikipedia, i meme e le gif si sgretolino come gli Avengers nell’epilogo di Infinity War sembra sventato; chi ci rimetterà saranno gli small-time creators, ritrovandosi i contenuti bloccati un giorno sì e l’altro pure. Gli equilibri cambiano poco, ma il messaggio che ne traspare rimane avvilente: la libertà di espressione è messa a repentaglio, forse non in atto ma in potenza. Questo villaggio virtuale così democratico comincia a sgretolarsi. E noi ci siamo dentro.

Ma il web che ci piace si (con)divide.

‘Hai il diritto (d’autore) di rimanere in silenzio’

Ehi tu, sì proprio tu che aspetti il tuo amico ritardatario sotto casa, e nell’attesa gli invii su Whatsapp la gif di John Travolta/Vincent Vega come sollecito. E se ti dicessi che da domani non potrai più farlo? Se aggiungessi che dovrai rinunciare a stickers, animazioni e meme nelle conversazioni, affidandoti esclusivamente alle tue doti scrittorie per risultare interessante? E ammettiamolo, non sei certo il futuro William Shakespeare. Eppure questo atroce scenario post-apocalittico è ad un passo da noi…

COPYRIGHT LAW: IL GIORNO IN CUI MORIRONO I MEME

Alla fine l’hanno fatto: il 26 marzo 2019 il Parlamento Europeo ha approvato la celeberrima Copyright Law; la direttiva che scosse il web lo scorso settembre torna in aula e vince, suscitando preoccupazione e confusione tra gli addetti ai lavori.

Gli appellativi si sprecano: un bavaglio al web, un passo indietro per la rete, un provvedimento incoerente che minerà la libertà di espressione. La direttiva ha diviso opinione pubblica ed europarlamentari: da un lato i ferventi sostenitori, pronti a dipingerla quale ‘legge Robin Hood’, pronta a togliere ai colossi digitali plurimiliardari per donare ai poveri (autori) un po’ di riconoscimento; dall’altro gli oppositori che gridano alla bieca censura!

Gli spiriti si infiammano, i siti si oscurano per protesta, le parole volano, ma la confusione regna sovrana. Insomma, cosa c’è di così controverso in questa direttiva da unire influenti youtubers, piattaforme quali Wikipedia, Twitch, Reddit (persino Pornhub!) e grandi esperti del settore, in una crociata contro il provvedimento e le sue nefaste implicazioni?

Non abbiamo la presunzione di riassumere esaustivamente un disegno di legge così intricato (=mal scritto) ed articolato (=sciatto), pieno zeppo di politichese ed avvocatese. Ci basti qui riassumere i due ‘articoli-scalpore’ che stanno infervorando tutto il web. Inizia il corso di Copyright Law for Dummies.  Ready, steady, go!

 

Articolo 11 – Il prezzo dell’informazione

Chi rompe paga. Chi ruba pure. Ma chi condivide? Pagherà anche lui. L’articolo 11 della direttiva, soprannominato ‘Link Tax’ si basa su un meccanismo basilare: tu piattaforma digitale, vuoi usare o condividere un testo protetto da copyright? Devi pagare i diritti all’editore.

Google e Facebook saranno costretti ad acquistare i diritti di ogni articolo, ogni post, ogni contenuto coperto da copyright che vorranno condividere. Ma uscendo dall’Olimpo della Rete, come dovranno comportarsi le realtà cibernetiche più modeste, che basano gran parte del loro traffico sullo sharing? Per imbonire gli animi, gli autori dell’articolo 11 hanno aggiunto una postilla: i provvedimenti “shall not apply to acts of hyperlinking” ed inoltre “shall not apply in respect of uses of individual words or very short extracts of a press publication.” Nel tentativo di far luce sulla regolamentazione, il quadro si incupisce: cosa si intende per “short extract”? Di quante parole dovrà essere composto un estratto per non violare la legge, fino a 15 è considerato fair use, mentre a 16 scatta la sanzione?! La legge dipende dai punti di vista!

Altra domanda: gli editori pretenderanno davvero da Google la remunerazione per essere citati nella sezione news rischiando, se respinti, di sparire dalle ricerche? Conseguenze possibili: drastico calo del traffico garantito dal motore di ricerca, fuga degli sponsor, minor peso economico della testata, investitori con il broncio. Tutti sono scontenti: Google offeso per la richiesta, l’editore impoverito dalla sua cocciutaggine, e l’utente che non potrà nemmeno consultare il meteo del giorno dopo, non sapendo se portare l’ombrello a lavoro.

Aspetti positivi: riduzione delle fake news? Ni. Sicuramente uno sharing controllato e monitorato limiterebbe la condivisione virale di notizie false e bufale. Mai più “come curare il cancro con i fiori di Bach”, “i terrapiattisti hanno trovato il bordo del mondo” o “Ufficiale: il governo ha introdotto una tassa sui nani”: questi piccoli capolavori della disinformazione digitale apparirebbero più sporadicamente nelle nostre bacheche social…Forse. Ma vogliamo davvero navigare in un web privo di simili estrosità no-sense? Pensiamoci!

Per concludere, l’articolo 11 è a tutti gli effetti una link tax, una tassa sul link dall’applicazione pressoché inattuabile: pensiamo alla mole di lavoro che comporterebbe, ai cavillosi iter legali conseguenti ed all’ingente numero di burocrati perversi  e malati necessari per avviarla.

Ma dopotutto “potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere“.

 

Articolo 17 (ex 13) –  XI comandamento: non uploadare la roba d’altri.

Passiamo al lupus in fabula, il temibile articolo 17, a.k.a. The Meme Killer. Più spregevole di Attila, più sanguinoso di Ivan Il Terribile: l’articolo con licenza di uccidere sembra pronto a gambizzare la libertà di espressione con un fucile a canne mozze. Ma è veramente così machiavellico questo testo? Riposta: Si. Riassunto: le piattaforme UGC (User Generated Content), ovvero quelle che si basano sull’upload di contenuti da parte dei loro utenti, dovranno assicurarsi che non vengano caricati materiali che infrangano il copyright. Come? sviluppando dei filtri che blocchino il contenuto in fase di caricamento, prima ancora che venga postato.

Youtube ID docet: il leader del video-broadcasting si serve già di complessi algoritmi per limitare ogni forma di copyright infringements. Ma non c’è da preoccuparsi, dicono, parodia e satira saranno escluse dal provvedimento: quindi  i meme e le gif sono salve. Popolo del web, gioite! Due problemi  però rimangono:

• Una simile AI, per quanto funzionale, non solo non risolverà il value gap rivendicato dagli artisti, ma avrà bisogno di investimenti stratosferici ed automatismi fantascientifici degni del miglior film di Spielberg.

• I robot non ridono. E non rideremo nemmeno noi quando toccherà ad algoritmo decidere se un contenuto ha fine satirico, parodistico o è solo un altro caso di copyright infringement. Anche la matematica sbaglia.

Il confine digitale tra diritto d’autore e libertà di espressione si assottiglia ancora di più: quel che serve al web è una regolamentazione chiara e concreta, un uso responsabile e consapevole dello strumento che tuteli sia gli interessi dei creators sia le prerogative degli utenti. L’offerta dell’Europa è invece un’ambigua legge-scarabocchio che inneggia alla ce(n)sura.

 

Welcome to the FilterNet!

Riassumendo: un piccolo passo per l’Europa, un grande passo per le Big Companies. L’impressione è che questa Copyright Law rimarrà in grand parte inattuabile, per lo meno a breve termine. Rivoluzionare la giurisdizione, il filter-system, gli accordi tra i colossi hi-tech e gli editori è un lavoro lungo, dispendioso, macchinoso e che nessuno vuole fare.

L’unica consolazione: il rischio che Wikipedia, i meme e le gif si sgretolino come gli Avengers nell’epilogo di Infinity War sembra sventato; chi ci rimetterà saranno gli small-time creators, ritrovandosi i contenuti bloccati un giorno sì e l’altro pure. Gli equilibri cambiano poco, ma il messaggio che ne traspare rimane avvilente: la libertà di espressione è messa a repentaglio, forse non in atto ma in potenza. Questo villaggio virtuale così democratico comincia a sgretolarsi. E noi ci siamo dentro.

Ma il web che ci piace si (con)divide.

College stories e Live videos: le

We(b) are young

Due cose non sono per vecchi: “un paese” nel cult movie dei fratelli Coen, ed i social network. Il mondo digitale è ormai in mano ai Millennials, quelli cresciuti a pane, Nutella e connessione veloce. Gli youtubers alfa, i primi a condividere post virali su Facebook, i tweeter originali e gli ultimi a passare le selezioni per l’Instagram club.

Una generazione dall’alfabetizzazione digitale precoce che ha vissuto l’ascesa, la caduta, le migliorie, gli errori (alzi la mano chi ricorda i “video risposta” su Youtube!) ed i repentini cambi paradigmatici che hanno segnato i social negli ultimi 15 anni.

Ma il passaggio di testimone è imminente: con un ultimo lento sulle note di “Forever Young” degli Alphaville, i Millennials lasciano la pista da ballo alle brand-new stars: i Centennials (o Generazione Z).

I nativi digitali, nati con la camicia (e lo smartphone), quelli per cui il web non ha segreti. Popolano Instagram, animano i blog, lanciano tendenze e distruggono trend a velocità iperspazio. Sono queste le più ambite prede delle piattaforme digitali, i V.I.P. che tutti i social vogliono nel loro privé. I Lady Gaga di Las Vegas, i Game of Thrones delle serie tv, i Fonzies di Happy Days (servono altre metafore?).

Una serrata gara al consenso che vede Instagram e Facebook combattersi a colpi di nuove emoticons, gif e filtri video. Qualche chilometro più indietro ecco LinkedIn, ansimante e madido di sudore… Va detto che il social network fondato da Reid Hoffmann nel 2002, rivolto ad aziende e professionisti, si è sempre rifiutato di sottostare al gioco lezioso ed accessorio dei suoi fratelli…Fino ad oggi!

Sì perché, negli ultimi mesi, il social#1 del B2B che conta ad oggi quasi 600 milioni di utenti in tutto il mondo, ha avviato quella che potremmo definire una strategia acchiappa-giovani (Who you gonna call? Young-busters!). Come? Implementando alcune features video già da tempo adottate dai competitors. Per LinkedIn sembra giunta l’ora di togliersi quel mesto e grigio completo da businessman, per vestire abiti più informali e comodi. 

Meglio tardi che mai!

 

(Live) Video killed the (Shared) Video star

“Si. Può. Fare!”…Una Live video su LinkedIn. Poche ore fa l’annuncio: il servizio LinkedIn Live è partito questa settimana in versione beta negli States e sarà possibile accedervi solo su invito (Google Plus docet!). Ma per tutti gli altri, non disperate: LinkedIn inserirà a breve una contact form per tutti coloro interessati a testare il servizio live.

 

Linkedin Live non sembra apportare grandi novità nell’universo social. Un servizio che permetterà agli utenti di trasmettere video in diretta di conferenze, eventi, product announcements e Q&A con gli influencers. Il tutto da condividere con gruppi selezionati, i propri contatti o con l’intera rete LinkedIn. Graficamente non siamo lontani dalle live Facebook, con la possibilità di visualizzare i commenti degli utenti in tempo reale.

Non è invece chiaro se la possibilità di creare Linkedin Live videos sarà estesa a tutti in futuro. Un servizio richiesto a furor di popolo, a sentire il direttore del Product Management di LinkedIn, Peter Davies: “Il format video è quello maggiormente in crescita nella nostra piattaforma ad ora ed uno di quelli che crea più interazione”. Le statistiche parlano chiaro: su LinkedIn un AD video ottiene in media il 30% in più delle interazioni rispetto ai contenuti non-video (per chiunque parli statistichese, ecco un interessante articolo di Josh Gallant sui numeri di LinkedIn).

Nell’oneroso progetto sono stati coinvolti sviluppatori di terze parti, tra cui Wirecast, Switcher Studio, Wowza Media Systems, Socialive and Brandlive (lista destinata ad espandersi nelle prossime settimane). Senza dimenticare il contributo di mamma (adottiva) Microsoft che, per chi non lo sapesse, ha acquistato LinkedIn nel 2016 per 26.2 miliardi di dollari.

 

Sempre la solita STORY

L’hanno chiamata “Student Voices”, ed è la feature LinkedIn attiva dallo scorso Novembre, rivolta agli studenti dei college americani. Questa febbre da stories, seppur del tutto simili a quelle lanciate da Snapchat (proprio lui!), poi riprese da Instagram e Facebook, vorrebbe incentivare le nuove generazioni a condividere momenti importanti della loro istruzione.

La storia sarà visibile per una settimana, al termine della quale rimarrà consultabile nella sezione Attività Recenti del profilo personale. La durata media si aggira tra i 30 ed i 45 secondi.

L’idea è implementare il network inter-universitario in tutto il Paese: un modo per mettere in contatto gli studenti, per condividere esperienze, progetti, lezioni. Insomma, un tool orientato all’inserimento nel mondo del lavoro dei Centennials.

Tutto bellissimo. Buona la prima. Grandi applausi.

 

I dolori del giovane LinkedIn.

Ma… Prendiamoci il tempo per alcune considerazioni, partendo dal tempismo: il web si sa, è spietato e mutevole. Carpe diem! Nel digital chi prima arriva meglio alloggia. No, gli ultimi non saranno né beati, né primi. LinkedIn sembra voler recuperare lo svantaggio ed il gap generazionale con gli altri social, ma se fosse troppo tardi? I teenager cominceranno davvero ad interessarsi ad un social in cui si parla tanto e ci si diverte poco? Niente compilation di cadute, niente foto trendy né contenuti spassosi. Solo lavoro, lavoro, lavoro. Insomma, i giovani vorranno davvero parlare di scuola nei social network?

Secondo punto: spontaneità. Le “Student Voices” durano ben una settimana, e al termine dei sette giorni, la storia rimarrà consultabile nel profilo dell’utente. Che impatto avrà questo sull’autenticità dei contenuti? Il rischio di una parata autocelebrativa, plastica e poco naturale è dietro l’angolo. Gli studenti cercheranno di impressionare i loro contatti, piuttosto che dare un’attendibile visione della quotidianità accademica.

 

Tutto il resto è Noia…

Per concludere, LinkedIn entra nella Major League dei servizi video, riguadagnando terreno nei confronti delle altre piattaforme. I possibili scenari sono due.

1.  Centennials entreranno nella casa di marzapane di LinkedIn, mettendosi all’ingrasso ed ampliando così il target under 21 del social.

2. Centennial tratteranno con diffidenza una feature school-and-work-related che finirebbe per incupire gli animi e togliere tempo prezioso allo scroll di Instagram o ai duetti su Musical.ly.

Qualunque sarà il responso a questa strategia, l’implementazione live video si prospetta un servizio capace di aumentare l’interazione ed il feed tra gli utenti, incentivati a condividere e partecipare ad eventi del loro settore.

Fatto sta che, ad oggi, le nuove generazioni sembrano vedere LinkedIn come lo zio sfigato della famiglia social. Quello che indossa sempre maglioni orripilanti, che racconta freddure a pranzo e che usa termini come “fico” e “bella lì”, illudendosi di parlare la lingua dei giovani. In ufficio sarai pure un re, zio, ma qui si annoiano tutti!

 

 

 

Per i più pigri.

Who. LinkedIn, il social network dei professionisti, leader del B2B. Utenti nel mondo: 600 milioni.

What. Il social ha implementato nuove feature video, sotto forma di stories e live videos.

When. Le prime stories sono attive dallo scorso Novembre, pensate per gli studenti dei college americani. Il servizio LinkedIn Live è oggi in fase beta negli States (e ci si accede solo su invito).

How. Le stories sono molti simili a quelle degli altri social network: durano una settimana e riguardano la vita accademica degli studenti. I live video verranno utilizzati per conferenze, Q&A, premi ed eventi di settore.

Why. Una strategia per avvicinare i Centennials a questo social e per adeguarsi all’offerta dei competitors.

Well… Le implementazioni di Linkedin non possono dirsi tempestive o innovative; c’è chidirebbe: era ora! Pochi dubbi sull’utilità di LinkedIn Llive nel B2B. Qualcuno in più sull’appetibilità di stories school-related!

We(b) are young

Due cose non sono per vecchi: “un paese” nel cult movie dei fratelli Coen, ed i social network. Il mondo digitale è ormai in mano ai Millennials, quelli cresciuti a pane, Nutella e connessione veloce. Gli youtubers alfa, i primi a condividere post virali su Facebook, i tweeter originali e gli ultimi a passare le selezioni per l’Instagram club.

Una generazione dall’alfabetizzazione digitale precoce che ha vissuto l’ascesa, la caduta, le migliorie, gli errori (alzi la mano chi ricorda i “video risposta” su Youtube!) ed i repentini cambi paradigmatici che hanno segnato i social negli ultimi 15 anni.

Ma il passaggio di testimone è imminente: con un ultimo lento sulle note di “Forever Young” degli Alphaville, i Millennials lasciano la pista da ballo alle brand-new stars: i Centennials (o Generazione Z).

I nativi digitali, nati con la camicia (e lo smartphone), quelli per cui il web non ha segreti. Popolano Instagram, animano i blog, lanciano tendenze e distruggono trend a velocità iperspazio. Sono queste le più ambite prede delle piattaforme digitali, i V.I.P. che tutti i social vogliono nel loro privé. I Lady Gaga di Las Vegas, i Game of Thrones delle serie tv, i Fonzies di Happy Days (servono altre metafore?!).

Una serrata gara al consenso che vede Instagram e Facebook combattersi a colpi di nuove emoticons, gif e filtri video. Qualche chilometro più indietro ecco LinkedIn, ansimante e madido di sudore… Va detto che il social network fondato da Reid Hoffmann nel 2002, rivolto ad aziende e professionisti, si è sempre rifiutato di sottostare al gioco lezioso ed accessorio dei suoi fratelli…Fino ad oggi!

Sì perché, negli ultimi mesi, il social#1 del B2B che conta ad oggi quasi 600 milioni di utenti in tutto il mondo, ha avviato quella che potremmo definire una strategia acchiappa-giovani (Who you gonna call? Young-busters!). Come? Implementando alcune features video già da tempo adottate dai competitors. Per LinkedIn sembra giunta l’ora di togliersi quel mesto e grigio completo da businessman, per vestire abiti più informali e comodi. 

Meglio tardi che mai!

 

(Live) Video killed the (Shared) Video star

“Si. Può. Fare!”…Una Live video su LinkedIn. Poche ore fa l’annuncio: il servizio LinkedIn Live è partito questa settimana in versione beta negli States e sarà possibile accedervi solo su invito (Google Plus docet!). Ma per tutti gli altri, non disperate: LinkedIn inserirà a breve una contact form per tutti coloro interessati a testare il servizio live.

 

Linkedin Live non sembra apportare grandi novità nell’universo social. Un servizio che permetterà agli utenti di trasmettere video in diretta di conferenze, eventi, product announcements e Q&A con gli influencers. Il tutto da condividere con gruppi selezionati, i propri contatti o con l’intera rete LinkedIn. Graficamente non siamo lontani dalle live Facebook, con la possibilità di visualizzare i commenti degli utenti in tempo reale.

Non è invece chiaro se la possibilità di creare Linkedin Live videos sarà estesa a tutti in futuro. Un servizio richiesto a furor di popolo, a sentire il direttore del Product Management di LinkedIn, Peter Davies: “Il format video è quello maggiormente in crescita nella nostra piattaforma ad ora ed uno di quelli che crea più interazione”. Le statistiche parlano chiaro: su LinkedIn un AD video ottiene in media il 30% in più delle interazioni rispetto ai contenuti non-video (per chiunque parli statistichese, ecco un interessante articolo di Josh Gallant sui numeri di LinkedIn).

Nell’oneroso progetto sono stati coinvolti sviluppatori di terze parti, tra cui Wirecast, Switcher Studio, Wowza Media Systems, Socialive and Brandlive (lista destinata ad espandersi nelle prossime settimane). Senza dimenticare il contributo di mamma (adottiva) Microsoft che, per chi non lo sapesse, ha acquistato LinkedIn nel 2016 per 26.2 miliardi di dollari.

 

Sempre la solita STORY

L’hanno chiamata “Student Voices”, ed è la feature LinkedIn attiva dallo scorso Novembre, rivolta agli studenti dei college americani. Questa febbre da stories, seppur del tutto simili a quelle lanciate da Snapchat (proprio lui!), poi riprese da Instagram e Facebook, vorrebbe incentivare le nuove generazioni a condividere momenti importanti della loro istruzione.

La storia sarà visibile per una settimana, al termine della quale rimarrà consultabile nella sezione Attività Recenti del profilo personale. La durata media si aggira tra i 30 ed i 45 secondi.

L’idea è implementare il network inter-universitario in tutto il Paese: un modo per mettere in contatto gli studenti, per condividere esperienze, progetti, lezioni. Insomma, un tool orientato all’inserimento nel mondo del lavoro dei Centennials.

Tutto bellissimo. Buona la prima. Grandi applausi.

 

I dolori del giovane LinkedIn.

Ma… Prendiamoci il tempo per alcune considerazioni, partendo dal tempismo: il web si sa, è spietato e mutevole. Carpe diem! Nel digital chi prima arriva meglio alloggia. No, gli ultimi non saranno né beati, né primi. LinkedIn sembra voler recuperare lo svantaggio ed il gap generazionale con gli altri social, ma se fosse troppo tardi? I teenager cominceranno davvero ad interessarsi ad un social in cui si parla tanto e ci si diverte poco? Niente compilation di cadute, niente foto trendy né contenuti spassosi. Solo lavoro, lavoro, lavoro. Insomma, i giovani vorranno davvero parlare di scuola nei social network?

Secondo punto: spontaneità. Le “Student Voices” durano ben una settimana, e al termine dei sette giorni, la storia rimarrà consultabile nel profilo dell’utente. Che impatto avrà questo sull’autenticità dei contenuti? Il rischio di una parata autocelebrativa, plastica e poco naturale è dietro l’angolo. Gli studenti cercheranno di impressionare i loro contatti, piuttosto che dare un’attendibile visione della quotidianità accademica.

 

Tutto il resto è Noia…

Per concludere, LinkedIn entra nella Major League dei servizi video, riguadagnando terreno nei confronti delle altre piattaforme. I possibili scenari sono due.

  • I Centennials entreranno nella casa di marzapane di LinkedIn, mettendosi all’ingrasso ed ampliando così il target under 21 del social.
  • I Centennials tratteranno con diffidenza una feature school-and-work-related che finirebbe per incupire gli animi e togliere tempo prezioso allo scroll di Instagram o ai duetti su Musical.ly.

Qualunque sarà il responso a questa strategia, l’implementazione live video si prospetta un servizio capace di aumentare l’interazione ed il feed tra gli utenti, incentivati a condividere e partecipare ad eventi del loro settore.

Fatto sta che, ad oggi, le nuove generazioni sembrano vedere LinkedIn come lo zio sfigato della famiglia social. Quello che indossa sempre maglioni orripilanti, che racconta freddure a pranzo e che usa termini come “fico” e “bella lì”, illudendosi di parlare la lingua dei giovani. In ufficio sarai pure un re, zio, ma qui si annoiano tutti!

 

 

 

Per i più pigri.

Who. LinkedIn, il social network dei professionisti, leader del B2B. Utenti nel mondo: 600 milioni.

What. Il social ha implementato nuove feature video, sotto forma di stories e live videos.

When. Le prime stories sono attive dallo scorso Novembre, pensate per gli studenti dei college americani. Il servizio LinkedIn Live è oggi in fase beta negli States (e ci si accede solo su invito).

How. Le stories sono molti simili a quelle degli altri social network: durano una settimana e riguardano la vita accademica degli studenti. I live video verranno utilizzati per conferenze, Q&A, premi ed eventi di settore.

Why. Una strategia per avvicinare i Centennials a questo social e per adeguarsi all’offerta dei competitors.

Well… Le implementazioni di Linkedin non possono dirsi tempestive o innovative; c’è chi direbbe: era ora! Pochi dubbi sull’utilità di LinkedIn Live nel B2B. Qualcuno in più sull’appetibilità di stories school-related!

“L’individuo che non onora la propria terra, non onora se stesso.” (Paulo Coelho) Terra, radici, tradizione: Bassano del Grappa è questo e molto altro. E siete stati voi a dircelo; un luogo diventa lo specchio delle sue RELAZIONI: persone che si conoscono, famiglie che si formano, amicizie che permangono. La storia è fatta di INCONTRI, di EMOZIONI, di un AMORE durevole nel tempo. E’ un senso di appartenenza collettivo, diacronico, secolare: è l’oggi che dialoga con ieri, per costruire il domani. Senza STORIA non c’è futuro. E senza di NOI, non c’è storia! Be what you are. BE BLANK.